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Mercatipico

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“Tr i donn e un coo d’ai, el mercà l’è belle che fai!” - Tre donne ed una testa d’aglio e il mercato è subito fatto – dice un proverbio milanese e forse, al di là dell’evidente ironia nei confronti di una supposta tendenza alla chiacchiera molto femminile, in queste poche parole si può cogliere l’essenza del mercato: un luogo di incontro, dove il fattore umano conta più della merce in ballo.

Nati dall’aggregazione di venditori ambulanti, la più antica forma di commercio, fiere e mercati rappresentano un capitolo significativo nella storia del cibo di tutti i tempi e latitudini, elemento caratterizzante del tessuto urbano sia dal punto di vista strettamente urbanistico sia per la complessità dei rapporti che intorno ad essi si vengono a creare (igienici, della sorveglianza, della sicurezza, dell’incidenza sul traffico, ecc.), momento di divulgazione non solo di merci ma anche di informazioni, talenti, novità.

La parola mercato deriva dal latino mercatum, participio passato del verbo mercari, che significa acquistare, far commercio, trafficare. Nel tempo ha assunto il significato di attività commerciale, compravendita, scambio, con usi diversi: dispregiativo (discutere rumorosamente, fare traffici disonesti), traslato (essere a buon mercato cioè costare poco, essere da mercato cioè scadente), economico (l’insieme della domanda e dell’offerta che riguarda una determinata merce o un determinato settore, come per esempio il mercato del grano o quello del lavoro). Una cosa comunque è certa: in qualunque paese del mondo se un maestro dovesse spiegare ai propri giovanissimi allievi cosa si intenda per “libero mercato” il modo più diretto per farlo sarebbe quello di fare ricorso alla metafora del mercato rionale dove si vende e si compra la frutta e la verdura, un luogo dove, liberamente, sia possibile scegliere i prodotti migliori ai prezzi più vantaggiosi. Un principio che vale per la sofisticata finanza e per il grano, per le vetture e per il petrolio. Ed è grazie a tale semplice immagine che i complessi concetti della finanza globale diventano più familiari ed accessibili. Questa breve pubblicazione ha come obiettivo quello di raccontare cosa siano oggi i farmer’s market, quegli spazi cioè che alcune amministrazioni locali mettono a disposizione delle comunità per far incontrare direttamente chi produce e chi compra i prodotti della terra. E per spiegare cosa essi siano è necessario cominciare dall’inizio, dalla storia, raccontando quanto antico e quanto strettamente legato alla nostra cultura borghigiana sia il mercato. Se per Greci, Etruschi e Romani fu un luogo di conoscenza e di incontro, per l’Italia medievale delle cento città e dei mille borghi divenne luogo di rappresentazione e competizione, occasioni nelle quali si misurava la forza delle campagne, degli allevamenti dei contadi, della qualità della terra e della perizia dei contadini.

Una cultura che persiste e si manifesta nei mercati rionali che anche nella grandi città resistono alle luci dei centri commerciali. E ancora oggi, come accade per tutte le cose semplici ed antiche, il loro significato va molto al di là della semplice distribuzione. Oltre a permettere di acquistare prodotti migliori a prezzi migliori, svolgono una funzione di scambio tra città e campagna, di spazio della memoria dove si incontrano l’essere metropolitano e il saper fare rurale, dove i sapori e le storie individuali si contaminano alla ricerca di una genuinità che non è solo qualità dei prodotti ma anche espressione di una storia collettiva.

(dall’introduzione di Pierciro Galeone al libro “Mercatipico”, edito da Res Tipica, 29/4/2009)

Mercatipico (29:4:09)

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Governo del territorio e identità alimentari

a cura di Walter Tortorella e Francesca Traciò

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Il settore agroalimentare italiano è da sempre indissolubilmente legato alle tante tradizioni e identità locali della nostra penisola, all’amministrazione e allo sviluppo del territorio, alla qualità e alla sicurezza alimentare, ad uno stile di vita sano, alla tutela dell’ambiente e alla biodiversità, in un legame di elementi che è ormai impossibile separare. L’unicità dei nostri prodotti nasce dalla nostra cultura sì, ma anche dal processo di industrializzazione che ha vissuto la nostra produzione alimentare.

A differenza di quanto è accaduto in altri paesi, non si è sovrapposta alla cultura preesistente, inventando e imponendo nuovi prodotti, ma si è inserita e si è adattata alla cultura dell’alimentazione tradizionale, tentando di acquisirne, per quanto possibile, l’intero patrimonio culturale e trasformando il prodotto agroalimentare nella preziosa eredità di un processo di industrializzazione dal basso. Ciò ha reso il prodotto enogastronomico una sintesi irripetibile dell’identità, della tradizione culturale, del patrimonio naturale e dei saperi locali di un luogo e dunque un importante strumento di sviluppo economico del territorio in cui viene prodotto, che si è trasformato in un pregevole giacimento culturale da riscoprire proprio attraverso la cultura enogastronomica.

Ma le nostre identità territoriali sono un’entità complessa, da costruire non solo preservando le tradizioni e rafforzando la tutela delle produzioni agroalimentari locali, ma anche presidiando e salvaguardando il territorio mediante l’utilizzo di tecniche sane, ecocompatibili e eticamente accettabili e migliorando la qualità della vita e la sostenibilità ambientale. Viviamo in un mondo ormai che ha scoperto la correlazione fra sicurezza, qualità dell’alimentazione e salute, e dove gravi eventi climatici e crisi alimentari hanno portato il consumatore ad un ripensamento dello stile di vita. Il consumatore, infatti, si preoccupa sempre di più degli aspetti qualitativi del cibo, aspetti che fanno riferimento alla sua sicurezza, al valore nutritivo, all’appetibilità, rivolgendo un’attenzione maggiore alla scelta dei cibi, attraverso un controllo sulle materie prime utilizzate e sui metodi di lavorazioni adottati. Ciò significa, come ben trattato all’interno di questo volume, che un prodotto alimentare è tanto più di qualità, quanto più la sua produzione non inquina suolo e acque, non consuma risorse rinnovabili, non pregiudica la biodiversità, non deteriora il paesaggio, e un territorio è tanto più bello e attraente se nasce da un progetto di sviluppo armonico e coerente. Delineare politiche e presentare soluzioni sostenibili in materia di alimentazione rappresenta, quindi, oggi più che mai una sfida planetaria che l’Italia e Milano intendono cogliere con l’organizzazione dell’EXPO 2015; una grande opportunità di sviluppo per il Paese, un’occasione di crescita per tutti i Comuni italiani.

(dalla prefazione di Letizia Moratti, Commissario Straordinario Delegato del Governo per Expo 2015 )

Res Tipica. Governo del territorio

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